“Democrazia”. È la risposta che uno dei protestanti in Turchia ha dato al giornalista Mark Lowen, quando quest’ultimo gli ha chiesto cosa volessero i rivoltosi, poco prima di essere arrestato ed espulso dalle autorità turche per essere considerato una minaccia all’ordine pubblico.
I tumulti in Turchia sono scoppiati in seguito all’arresto e alla destituzione da parte della polizia del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, con le accuse di frode, corruzione e favoreggiamento al terrorismo. İmamoğlu è l’unico rivale al presidente attuale Recep Tayyip Erdogan per le presidenziali che dovranno tenersi nel 2028 e il popolo a suo sostegno ritiene illegittimo l’arresto.
Nel frattempo, il ruolo di sindaco è stato assegnato a Nuri Aslan, sempre facente parte del Partito Popolare Repubblicano come İmamoğlu.
La storia di Mark Lowen non è l’unica. Tra i protestanti, sono state arrestate circa 1.400 persone, otto delle quali mentre svolgevano il loro lavoro da giornalisti.
Gli arresti sono stati condannati ed etichettati come “illegali” dai gruppi che si occupano di libertà di stampa, mettendo l’accento sulla repressione esercitata dall’amministrazione di Erdogan nei confronti delle manifestazioni a supporto dell’ex sindaco di Istanbul.
Le carte del tribunale che ha confermato gli arresti sostengono che i giornalisti detenuti abbiano preso parte a raduni illegali e non si siano dispersi nonostante gli avvertimenti delle autorità.
La Turchia non è nuova a repressioni contro la libertà di stampa e, anzi, registra il numero più elevato di arresti di giornalisti dal 1992 a oggi, battendo anche la repubblica monopartitica cinese e quella teocratica iraniana; infatti, sono 382 i giornalisti presenti nelle carceri turche, se si sommasse le presenze nelle prigioni a dicembre di ogni anno interessato, mentre si limitano a 232 i reporter fermati in Cina e a 218 quelli imprigionati in Iran. I 382 giornalisti arrestati in Turchia sono la somma dei giornalisti presenti nelle carceri turche a dicembre di ogni anno dal 1992 al 2024.
I dati provengono dal Comitato per la protezione dei giornalisti – CPJ – e rappresentano una fotografia esatta dei reporter imprigionati, scattata alla mezzanotte del primo dicembre di ciascun anno e non tengono quindi conto di eventuali arresti e scarcerazioni avvenuti nel corso dell’anno: un cronista arrestato il primo gennaio e rilasciato il giorno stesso, una settimana dopo, il mese successivo o dopo dieci mesi, non entrerà a far parte della popolazione dei reporter fermati, poiché alla mezzanotte del primo dicembre non era presente.
La Turchia presenta un notevole distacco rispetto alla CIna, la seconda in classifica; difatti, nel corso dell’orizzonte temporale analizzato, la prima presenta 150 cronisti arrestati in più rispetto alla seconda.
Stando alle definizioni del comitato, vengono considerati reporter arrestati quelli fermati a causa del loro lavoro, dell’attività giornalistica svolta o, comunque, quelli a cui movimenti e capacità di coprire una notizia vengono limitati. Quindi, una possibile ribattuta potrebbe essere che in Cina o in Iran, i giornalisti arrestati non vengono neanche considerati tali, bensì classificati come scomparsi o uccisi mentre non erano in servizio e quindi potrebbero non essere inseriti nei dati analizzati, secondo la spiegazione di CPJ vista sopra.
Il picco di giornalisti arrestati in Turchia risale al 2016, successivamente al colpo di stato tentato il 15 luglio da una parte delle Forze armate turche ai danni dell’attuale presidente Erdogan. L’obiettivo era di rovesciare la sua presidenza e assumere il potere del paese, ma il tentativo fallì e il presidente esercitò una violenta repressione nei confronti di chi tentava di raccontare l’episodio appena avvenuto.
Al primo dicembre del 2015 erano 9 i reporter tenuti prigionieri nelle carceri turche, mentre nel 2016 erano ben 81, con un incremento di 72 cronisti arrestati, senza considerare tutti quelli fermati, reclusi e liberati nell’arco dell’anno. Nel 2017, buona parte dei cronisti reclusi è stata liberata, visto che al primo dicembre di quell’anno la presenza carceraria di reporter si era ridotta a 21.
Un’altra informazione che i dati di CPJ ci fornisce è relativa ai giornalisti uccisi nell’esercizio del loro lavoro. Qui, non è più la Turchia a regnare come paese più pericoloso per raccontare una notizia, ma l’Iraq. Il paese presenta il numero assoluto più elevato di giornalisti uccisi e vede il picco di morti negli anni a cavallo tra 2003 e 2011, successivamente all’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti, la quale culminò nella tragica seconda guerra del Golfo.
Nonostante l’instabilità politica del paese e il rischio di operare in una zona di guerra, la causa principale di morte per i giornalisti in Iraq è l’omicidio, avvenuto “in seguito a servizi da loro pubblicati o per impedire la pubblicazione di una storia delicata su cui stavano lavorando”, secondo le linee guida di CPJ.
In Israele e Palestina, invece, i giornalisti muoiono principalmente mentre sono a lavoro su servizi non considerati inizialmente pericolosi, ma che lo diventano successivamente, ad esempio la copertura di una protesta che si fa sempre più critica. Il picco di vittime è chiaramente associato al 2023 e al 2024, in seguito all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre e agli attacchi israeliani.
Sempre in Medio Oriente, è invece la Siria che presenta il numero più elevato di giornalisti vittime di scontri a fuoco, con il relativo acme raggiunto negli anni 2012 e 2013, conseguentemente alle rivolte intenzionate a rovesciare il governo autoritario di Bashar al-Asad.
La Turchia rimane comunque uno dei paesi più pericolosi per il giornalismo, con 27 morti tra i reporter, di cui la quasi totalità uccisa intenzionalmente per il lavoro svolto.
La notizia dei recenti arresti di giornalisti in Turchia ha riportato al centro il tema della libertà di stampa. Se le zone di conflitto sono naturalmente pericolose per i reporter, i regimi repressivi aggiungono un ulteriore strato di rischio, limitando l’attività di chi vuole raccontare ciò che accade e arrestando chi vuole dare più voce alle persone, chi riceve “democrazia” come risposta alla domanda “cosa volete?”.
Per approfondire.
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